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Argentina: alla scoperta della Patagonia

Aggiornato il: giu 14

Capodanno 2018.

Come ogni anno mi ritrovo a girare il mappamondo fino a che il mio dito non si ferma su una parte di esso. Cerco ispirazioni. Sogno destinazioni lontane. Volo con la mente verso l’infinito fino a che l’immagine del viaggio diventa più nitida e reale.

Ed è a quel punto che il mappamondo si ferma, il mio dito tocca la plastica superficie indicandomi la mia prossima destinazione. Argentina.

Prendo il telefono, scorro i contatti della rubrica alla ricerca dei compagni che mi seguiranno in questa nuova avventura. Trovati Filippo e Carlo. Amici di recente data, ma già legati da un forte legame.

Chiamo, sono d’accordo, la destinazione e il loro desiderio è il mio stesso. Esplorare la Patagonia. Nelle settimane successive prenotiamo aerei, alberghi. Siamo pronti.

Arrivati a Buenos Aires ci prepariamo per prendere il volo che ci porterà nel cuore della Patagonia, El Calafate. Dai finestrini iniziamo a scrutare l’orizzonte. Immense distese pianeggianti ed in fondo loro, le alte montagne di confine con il Cile che ci ospiteranno in questi pochi giorni. L’immensa vastità della Patagonia sembra ora poter essere toccata tutta insieme con la mano.

Neanche il tempo di accomodarci in albergo con la veranda con vista sulle alte montagne che arriva il momento di spegnere la luce e andare a riposare. L’indomani mattina un furgone verrà a recuperarci per lasciarci a El Chalten dopo circa 4 ore di viaggio per poi ripartire li verso le 19. Insomma il tempo minimo per andare alla conquista della Laguna de Los Tres da cui godere dell’imponente vista del monte Fitz Roy.

O almeno così credevamo.

Sono le 8 quando l’autista al momento della partenza ci comunica l’orario del rientro, alle 17 dovremo farci trovare al terminal dei pulmini per tornare verso El Calafate.

Ci guardiamo con Carlo e Filippo. Cazzo!

Il cammino per arrivare fino alla laguna del Los Tres è un cammino piuttosto semplice, lungo ma semplice. Tra andata e ritorno si parla di circa una 20ina di chilometri con un dislivello totale di circa 900mt, ma con l’ultimo tratto di circa un chilometro che mette alla prova ginocchia e polpacci grazie al dislivello parziale di 400mt fino a quota 1300. Mediamente servono tra le 7 e le 8 ore per salire e scendere. Noi presumibilmente arriveremo per le 12. Insomma 5 ore scarse per fare un cammino che ne richiederebbe 8. Ci riguardiamo. Capiamo. Ce la facciamo! Pensiamo.


Il viaggio passa tra le righe del Piacere di D’Annunzio e le note di qualche canzone nelle cuffie. Inizio a pensare ad ogni possibile evenienza. In fondo non siamo così allenati, eh se non ce la facessimo? Il pulmino ci aspetterà? E se non ci aspettasse dove dormiremmo? Come torneremo il giorno dopo al nostro albergo? Abbiamo anche il trekking sul Perito Moreno il giorno dopo cazzo, quello non me lo voglio perdere. Non lo posso perdere.

Piano piano però si fa avanti più forte l’immagine di noi tre giovani sbandati a bordo del pulmino al ritorno con 3 bocce di Patagonia gelata a guardarci fieri del nostro risultato. Metto tutte le paure da parte e le carico come motivazione. Si cazzo che ce la facciamo!

Neanche il tempo di scendere che subito voliamo al centro informazioni, prendiamo una mappa e ci avviamo. Il passo è sostenuto, d’altra parte il primo tratto è ancora su strada. Qui possiamo già iniziare a recuperare terreno e tempo. Arriviamo all’ingresso del percorso. Si inizia. Le nostre scarpe (più adatte alla corsa che al trekking in verità) scivolano sulle pietre viscide di pioggia. Il vento ci gela il viso. Non siamo preparati. Ma non ci pensiamo. Continuiamo, oramai siamo in ballo e come i venerdì sera al Jackie O’ facciamo quello che ci riesce meglio. Balliamo.


Superiamo tutti, oramai la camminata veloce si è trasformata in salti da roccia a roccia e corsa leggera, neanche lo zaino che ho sulle spalle mi pesa più. Le persone armate di racchette da trekking e cappotti più simili a tute degli astronauti ci guardano ad ogni passaggio. Non sanno che non abbiamo tempo.

Ogni chilometro tengo il conto del ritmo che stiamo mantenendo. È un buon ritmo lo so, ma non lo dico, dobbiamo dare ancora di più. Chilometro dopo chilometro assistiamo allo spettacolo dei paesaggi che ci circondano, laghi infiniti, cime innevate, vaste pianure avvolte nel grigio della foschia, cascate e ruscelli che scandiscono il tempo da migliaia di anni nella solitudine della regione.

Superato il primo campo base vediamo gente che inizia a montare le tende per smezzare la tappa. Non noi, noi stasera dobbiamo berci una birra nella veranda, ce lo siamo promesso. Oramai siamo quasi a due chilometri dalla vetta, Carlo inizia a dare segni di cedimento, vorrebbe una sigaretta ma non c’è tempo. Passo dopo passo la sua camminata si fa più pesante fino che arriviamo al punto che temevamo, la salita con dislivello di 400mt . Più che una salita una scalata. Carlo non ce la fa, si ferma.

Rimaniamo Filippo ed io, ci guardiamo e capiamo. Ci sentiamo come due eroi, annebbiati dalla fatica iniziamo a vaneggiare e lo pensiamo, ce lo diciamo: facciamolo per Carlo. Come fosse un soldato caduto. Lo sappiamo siamo esagerati, ma che ci vuoi fare?! Ci piace così a noi.

Anche qui andiamo il doppio degli altri, la gente con la lingua alle ginocchia e la schiena piegata fatica anche solo a salire i gradini, ma noi no, come colpiti dagli spiriti della Patagonia voliamo su quei massi. Passo dopo passo il traguardo si fa sempre più vicino fino a che dietro una duna eccola: la Laguna de los Tres un lago sulla cima di una montagna dal cui bacino naturale è possibile vedere lui. Il Monte Fitz Roy. Arrivati in cima ai 1300 metri dopo gli oltre 900 di dislivello un senso di soddisfazione ed appagamento ci pervade.


Ci fermiamo 5 minuti a sedere ammirando il meraviglioso spettacolo che ci si porta d’avanti, iniziamo a farci le solite domande esistenziali, ma non con la solita profondità di analisi. In fondo lo sappiamo. È la costante di questa gita. Il tempo. E non ce n’è.

Riprendiamo fiato e ripartiamo. Questa volta in discesa e per altri 10 km. Vedo l’orologio ed i miei tempi appuntati sulle note. Siamo perfettamente in linea. Riprendiamo il ritmo forsennato e frenetico. Di nuovo saltiamo e scivoliamo sulle viscide pietre della Patagonia, maciniamo chilometri, superiamo gli ostacoli, come dice una canzone a me molto cara. Dopo qualche chilometro recuperiamo Carlo che si era intanto lucidamente avviato verso il ritorno. Appena ci vede risorge, come una fenice risorge dalle sue ceneri lui evidentemente si sarà stoppinato due, tre sigarette nell’attesa del nostro ritorno. Non so cosa sia, ma anche lui riprende a volare.

Gli altri super professionali trekkers continuano a guardarci con sospetto, non capiscono il motivo della nostra fretta, ma poco importa noi continuiamo a volare. Di nuovo rimaniamo ammaliati dai paesaggi, godiamo di dettagli su cui prima nella fretta non ci era cascato l’occhio sempre più innamorati di questa magnifica terra.

Oramai sono quasi le 5 e siamo arrivati all’ingresso del cammino. Poco più di un chilometro ci separa dal pulmino. Ci guardiamo per l’ennesima volta.

Ci sta margine cazzo.

Ma io avevo un’immagine impressa nella mente, la stessa che mi era apparsa mentre sul pulmino pensavo al peggio.

Dico agli altri di avviarsi e di provare a fermare il pulmino. Carlo e Filippo non capiscono, ma accettano. Arrivano al pulmino, sono le 16.58. non mi vedono arrivare, vedono l’autista del pulmino che si siede ed inizia a mettere in moto. Fanno per alzarsi per dire di aspettare un secondo quando fuori dal finestrino mi vedono arrivare correndo.

Salgo anche io sul pulmino, senza fiato, stremato con lo zaino più pieno di prima. Ci andiamo a mettere in fondo ai nostri posti. Apro lo zaino, le stappo.

Brindiamo.

Ce l’abbiamo fatta.

Che poi magari il pulmino ci avrebbe aspettato ugualmente eh. Ma vuoi mettere l’idea di essere entrato nella leggenda?! Perché si, ripeto, a noi piace così.


Lorenzo Bruschetti

Instagram @lollo_brusco

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